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Ucraina, Putin invia a Istanbul il falco Medinsky. Il ruolo di Abramovich e la “strategia dell’insulto”

Ucraina, Putin invia a Istanbul il falco Medinsky. Il ruolo di Abramovich e la "strategia dell'insulto"
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Source: Corriere della Sera | Original Published At: 2025-05-15 05:05:10 UTC

Key Points

  • Putin utilizza un linguaggio volgare ma efficace per connettersi con il popolo russo
  • La delegazione russa per i negoziati a Istanbul è guidata da Vladimir Medinsky
  • Roman Abramovich potrebbe svolgere un ruolo chiave dietro le quinte
  • Il presidente brasiliano Lula cerca di mediare ma il Cremlino minimizza l'incontro
  • Analisi delle tensioni tra élite e popolo in Russia

di Marco Imarisio, nostro inviato a Mosca

Il leader e la strategia dell’insulto per compiacere la sua gente

È così che il mondo lo ha conosciuto. Con una espressione gergale, e stiamo usando un eufemismo. Quando nel lontano 1999 l’anonimo funzionario appena promosso capo del governo disse che avrebbe inseguito «fin dentro al cesso» i ribelli ceceni, stava facendo una dichiarazione programmatica. Non tanto per la promessa, poi mantenuta con pratiche brutali, quanto per il modo in cui l’aveva espressa.

Venticinque anni dopo, Vladimir Putin è ancora considerato come un uomo che, come dice un proverbio russo, non deve «frugare in tasca per trovare la parola giusta». E questo piace moltissimo ai suoi connazionali. Putin ha compreso fin dall’inizio il vantaggio di parlare con il popolo attraverso frasi talvolta volgari ma efficaci per essere considerato «uno di noi». In Russia, le parolacce, poche radici e innumerevoli derivati, compongono un linguaggio a sé stante, espressivo e indicativo dell’appartenenza ai ceti sociali più umili.

Quel debutto non fu certo un caso. Perché poi seguì una lunga catena di espressioni sciolte, ultima delle quali i «deficienti» dell’altro ieri rivolto ai leader europei, che solo in apparenza contrasta con le grisaglie presidenziali e il complesso cerimoniale del Cremlino, a cui pure Putin tiene molto. Di governo, e di lotta, oppure istituzionale e popolano, a fare una sintesi.

Nel novembre 2002, dopo il summit Russia-Unione europea, una volta c’erano anche quelli, alla domanda di un giornalista sulla soppressione dei diritti civili in Cecenia, rispose con un invito alla circoncisione. «A Mosca le consiglierò un intervento per non farle più ricrescere il c…». Nel giugno 2006, disse la sua sull’ipotesi di eventuali sanzioni contro l’Iran: «Se la nonna avesse una certa parte del corpo» ma la frase fu più esplicita, «sarebbe un nonno». In passato, i suoi doppi sensi a sfondo sessuale erano quasi una consuetudine: «Un vero uomo ci deve sempre provare, e una vera donna deve resistere» è l’esempio più citato. Nel febbraio 2018 si scagliò contro «il traditore» Sergej Skripal, l’agente russo transfuga avvelenato in Inghilterra: «Non è altro che m… lo spionaggio è come la prostituzione, una delle più importanti professioni al mondo».

La sua perifrasi più utilizzata riguarda il «masticare il moccio», espressione con la quale intende smentire le chiacchiere infondate e le notizie false. Chissà se il tormentone del viaggio a Istanbul rientrerà nella categoria compresa tra le secrezioni corporali. La «settimana enigmistica», questo il titolo di un tabloid moscovita, continua.

E può essere riassunta dalle peripezie del presidente brasiliano Lula, che atterra nella capitale, proveniente da Pechino, intenzionato a convincere Putin. Grandi supposizioni intorno al fatto che un invito made in Brics, e benedetto da Xi Jinping, potrebbe essere il viatico per una accettazione con annesso schiaffo all’odiata Europa. Aveva un senso, in effetti. Peccato che in serata il Cremlino si sente in dovere di precisare che tra i due c’è stata solo una telefonata «di esortazione».

Se non altro, almeno ieri notte Putin ha firmato il decreto sulla composizione della delegazione russa. A guidarla, come tre anni fa, sarà Vladimir Medinsky, ex ministro della Cultura, falco in purezza. Insieme a lui ci saranno il viceministro degli Esteri Mikhail Galuzin, il capo della direzione dello stato maggiore dell’esercito Igor Kostyukov e il viceministro della Difesa Aleksandr Fomin. Nell’elenco, che comprende anche alcuni «esperti per i negoziati» di supporto, non appare il nome del presidente.

Ma dopo la riapparizione dell’altra sera al Cremlino, tutti sostengono che Roman Abramovich avrà il consueto ruolo di tessitore dietro le quinte. Il ritorno dell’oligarca più ascoltato da Putin, e considerato in patria troppo ben disposto verso l’Occidente, non è passato inosservato.

«In Russia sono in attesa due forze che si incamminano su due strade diverse» scrive il sito ultranazionalista Tsargrad. «La prima forza è il popolo, che non accetta alcuna umiliazione. La seconda è il “club di Abramovich”. Il popolo vuole vivere in un Paese rispettato non per la ricchezza di singoli personaggi ma per la sua forza e per la giustizia. L’élite sogna solo il proprio posto nel governo ombra mondiale dove è importante saper vendere gli interessi del proprio Stato».

A questo punto, una eventuale presenza di Putin sarebbe un colpo di scena. Ma a proposito di frasi celebri e brusche, nel 2018 il presidente russo diede la propria definizione del nazionalista ideale: «Il più corretto, il più vero e il più efficace sono io, perché ho quasi 146 milioni di persone che la pensano come me». Decide lui, insomma. Da solo. Con o senza parolacce, e con il resto del mondo in attesa.

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