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Guerra Ucraina, il summit di Lucerna: “Kiev non si tocca”, ma i Brics si smarcano. Meloni: pace non è resa

Guerra Ucraina, il summit di Lucerna: "Kiev non si tocca", ma i Brics si smarcano. Meloni: pace non è resa
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Source: ilmessaggero.it | Original Published At: 2024-06-16 22:01:22 UTC

Key Points

  • Il summit di Lucerna ha adottato un documento sull'integrità territoriale dell'Ucraina, ma 12 paesi (inclusi India, Arabia Saudita, Messico, Indonesia, Sud Africa e Libia) si sono astenuti.
  • La Russia e i BRICS hanno criticato il vertice come «un trucco», con la Cina assente.
  • Zelensky ha annunciato un secondo summit entro pochi mesi, con la possibilità di partecipazione russa.
  • L'Italia, attraverso Meloni, ha ribadito sostegno all'Ucraina con 50 miliardi di dollari di asset russi congelati e aiuti militari.
  • La pace è stata definita non equivalente alla resa, con critiche alla richiesta russa di abbandono di territori occupati.

Lunedì 17 Giugno 2024, 00:01 – Ultimo aggiornamento: 11:09
Un «grande successo». Un «passo potente» verso la pace. Volodymyr Zelensky traccia un bilancio entusiasta del summit a Lucerna, il raduno dei grandi del mondo sulle Alpi svizzere per aprire una strada verso la tregua nelle trincee a più di due anni dall’invasione russa. Guarda al bicchiere mezzo pieno, che si può tradurre così. Ottanta Stati, dopo tre giorni di conclave, mettono la firma su un documento che riconosce l’integrità territoriale ucraina come presupposto per le future trattative. E di trattative si torna a parlare, con un’insistenza nuova. Promette un secondo summit, Zelensky, «questione di mesi» e questa volta al tavolo potrebbe sedersi anche la Russia. Perfino dal Cremlino sembrano aprire uno spiraglio, «Putin non rifiuta il dialogo», se non fosse che la proposta russa è un ricatto irricevibile per Kiev: l’abbandono di quattro regioni occupate, il sipario sull’adesione alla Nato.

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Deve soprattutto fare i conti, l’entusiasmo del presidente in mimetica, con la fredda realtà dei numeri. Sugli schermi del Bürgenstock, il resort di lusso affacciato sul Lago dei Quattro cantoni, appare il risultato del voto sul comunicato congiunto finale. È un documento scarno, limato a fatica dai novantadue Stati che hanno inviato una delegazione in Svizzera. Pochi punti essenziali da cui partire, per porre fine allo stillicidio in Est Europa.

L’impegno per la “sicurezza alimentare”, cioè l’export del grano dal Mar Nero, l’iniziativa per isolare dai combattimenti la centrale nucleare di Zaporizhzhia con una «zona franca» sotto l’egida di Kiev. E ancora, il rientro dei prigionieri e dei bambini ucraini sequestrati dai russi, il rispetto dell’ «integrità territoriale» del Paese aggredito. Sono pochi punti, ma neanche su questi si compatta la comunità internazionale. Dodici Stati si rifiutano di votare il comunicato congiunto. C’è l’India di Narendra Modi e l’Arabia Saudita di Bin Salman, si accodano Messico e Indonesia, Sud Africa e Libia. Rimane a braccia conserte il Sud globale al summit svizzero, si rifiutano di parlare di pace a queste condizioni Stati che rappresentano più di due miliardi di cittadini. È una defezione studiata, d’intesa con la Russia che ha la presidenza dei Brics e ha definito il vertice al Bürgenstock, parole di Putin, «un trucco». La Cina neanche si è presentata. Basta per rovinare la festa a Zelensky, nonostante la passerella di leader occidentali saliti in alta quota per testimoniargli vicinanza. C’è Giorgia Meloni che dopo qualche tentennamento decolla da Borgo Egnazia, chiuso il G7 italiano, e pronuncia il suo “whatever it takes” alla plenaria svizzera. Dice la premier italiana: «Caro Volodymyr, siamo qui per dirti che puoi continuare a contare su di noi finché serve». Spiega che si farà di tutto «per unire gli sforzi, coordinare i partner». Promesse non solo retoriche: il “suo” G7 ha appena trovato l’accordo su 50 miliardi di dollari in asset russi congelati da dare a Kiev entro al fine dell’anno. E in queste ore al ministero della Difesa si lima il nono pacchetto di aiuti militari: dentro una batteria di Samp-T a difesa delle città ucraine e, riferiscono fonti a conoscenza del dossier, anche missili a lunga gittata, cruciali per far ripartire la controffensiva. «Cari colleghi la pace non vuol dire resa, come Putin sembra suggerire», incalza Meloni. «Confondere la pace con la sottomissione è un precedente pericoloso, per tutti». È il leitmotiv dei leader europei accorsi in Svizzera al fianco di Zelensky. Macron e Scholz, Sanchez e Ursula von der Leyen. «È vitale che l’Ucraina resista, Putin vuole una capitolazione e nessuno Stato potrebbe accettarla», mette a verbale la presidente della Commissione che anche sul sostegno granitico a Kiev scommette il bis a Palazzo Berlaymont. Ma le parole si scontrano con la realtà. Quella diplomatica è un rebus per il presidente ucraino. Zelensky guarda già a un «secondo summit» per la pace.

I TAVOLI
Non ci vorranno anni, «ma mesi, dobbiamo lavorare a livello tecnico e procedere spediti», spiega il leader convinto che a Lucerna sia stato fatto un primo passo importante con il via libera a un documento che parla di «integrità territoriale» come presupposto per un accordo. Si appella anche alla Cina, assente ma convitata di pietra al vertice, «vogliamo che sia nostra amica». Poi c’è la realtà sul campo che cala un’ombra sul capo della resistenza. La controffensiva è ferma, i russi avanzano a Kharkiv e nel Kherson, il “generale fango”, d’estate, rallenterà le operazioni da entrambe le parti. Una finestra, forse, si era aperta due anni fa: i negoziati fra Mosca e Kiev, ospitati in Turchia nell’autunno 2022, erano arrivati a un passo dall’intesa, ha rivelato il New York Times. «No, quelli di Putin sono sempre stati ultimatum», nega Zelensky. Il volto è segnato dalla stanchezza. «Come fa ad essere sicuro che gli ucraini non siano stanchi della guerra?», chiede una cronista. La fissa in silenzio, si toglie l’auricolare. Un lungo sospiro, poi un sorriso nervoso. «Non lo sono. Ma non abbiamo scelto noi questa guerra».

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