Ucraina, l’ultima apertura di Trump il mediatore: il tycoon a Istanbul per mettere all’angolo Putin. Le sanzioni sul tavolo
Source: Il Messaggero | Original Published At: 2025-05-12 22:15:43 UTC
Key Points
- Trump propone mediazione a Istanbul per negoziati Ucraina-Russia
- Putin insiste sui protocolli di Istanbul del 2022, rifiutati da Kiev
- Possibili sanzioni secondarie USA contro Paesi che importano energia da Mosca
- Produzione bellica russa supportata da Cina, Corea del Nord e Brics
L’appuntamento è per quattro, come nelle vere partite a poker. Ma resta il dubbio su chi si presenterà davvero. Il panno verde è allestito a Istanbul e il padrone di casa è il leader turco, Recep Tayyip Erdogan, tornato a distribuire le carte nella partita per la pace in Ucraina: come già nel 2022, quando promosse e ospitò colloqui diretti fra russi e ucraini iniziati a marzo e interrotti due mesi dopo, a maggio. Ottenne comunque, in seguito, un compromesso per la prosecuzione delle esportazioni ucraine e russe di grano, intesa che non metteva fine alla guerra ma almeno ne limitava le conseguenze, e creava un’atmosfera accettabile nel Mar Nero favorendo anche lo scambio di prigionieri. Il grande azzardo, ora, lo fanno il leader ucraino, Volodymyr Zelensky, che ha già annunciato la sua partecipazione dicendo che volerà in Turchia e «lì aspetterò Putin, questa volta non cerchi scuse». Ma anche Donald Trump, partito per la sua missione in Medio Oriente esprimendo il desiderio di esserci a Istanbul, convinto che alla fine apparirà in Turchia pure lo zar. E non è escluso che alla fine si incontrino i rispettivi plenipotenziari.
Putin, nei giorni scorsi, era stato il primo a proporre negoziati diretti. Ma il suo era forse un modo per spacciare un’apertura del Cremlino al dialogo, e non una effettiva volontà di avviare un confronto concreto. A quel punto, il presidente Trump ha subito incalzato Zelensky ad accettare, anche senza una tregua sul campo. E adesso il cerino è in mano allo zar. Il presidente Usa aveva fatto dire ai più stretti collaboratori che questi giorni sarebbero stati decisivi per scegliere quale strada imboccare: disinteressarsi di Mosca e Kiev, abbandonare gli sforzi di mediazione e guardare al Pacifico che presenta sfide più interessanti per l’America; oppure portare a termine quella che per Trump era, oltretutto, una promessa elettorale: riportare la pace in Europa, in pochi mesi se non in pochi giorni. Se Putin dovesse scegliere la prosecuzione della guerra, considerando che il tempo gioca a suo favore e il suo esercito avanza, per quanto lentamente e con grandi perdite, Trump potrebbe spazientirsi e adottare con l’Europa sanzioni pesanti, secondarie, che colpiscono Paesi terzi i quali importano gas e petrolio da Mosca. La partita a poker di dopodomani potrebbe essere l’ultima chance offerta da Trump a Putin per chiudere il conflitto, conquistando di fatto quasi interamente quattro regioni ucraine, e impedendo a Zelensky di portare Kiev dentro la Nato.
Al Cremlino, in queste ore, si confrontano falchi e colombe, chi vuole andare avanti con i combattimenti a oltranza e chi, invece, ritiene che questo sia il momento buono per dichiarare vittoria. Putin, da parte sua, continua a spingere l’industria della difesa verso una produzione impressionante di oltre 1.000 carri armati l’anno e montagne di munizioni, missili e droni, anche con l’aiuto dei nordcoreani e con l’appoggio politico della Cina e di quasi tutti i Brics. Gli obiettivi della «operazione militare speciale» rimangono quelli dell’inizio della guerra, nel febbraio 2022. Non a caso i russi citano come punto di partenza per le trattative i protocolli di Istanbul, i documenti a cui si era arrivati dopo due mesi di colloqui diretti tre anni fa. Ma quelle carte contengono condizioni oggi inaccettabili per l’Ucraina: l’obbligo di ridimensionare l’esercito avendo non più di 85mila soldati (oggi 650mila), neanche 350 carri armati e poco più di 500 sistemi d’artiglieria. E non solo: il divieto di usare missili con portata superiore ai 40 chilometri e l’obbligo, inserito nella Costituzione, alla neutralità, con la limitazione dei poteri sovrani di un Paese come l’Ucraina nella scelta dei propri alleati. Vietato ospitare militari stranieri, tranne che per garantire l’osservanza dell’accordo, ma limitatamente ad alcuni Paesi: Russia, Usa, Regno Unito, Cina, Francia e Bielorussia. All’epoca, i russi erano quasi arrivati a Kiev. Eppure, Putin non si discosta da questa piattaforma, che è compendiata nella formula ripetuta come un tormentone: «Rimuovere le cause profonde del conflitto». Per l’Ucraina, e l’Europa, sarebbe la resa.